Ho un disturbo alimentare (di tipo anoressico o bulimico), mi sono curata/o in tutti i modi ma non riesco a guarire.

Cosa devo fare? Due cose, per adesso.

1: Leggere questo testo:

Nel mio lavoro mi occupo spesso di persone che soffrono di un disturbo alimentare apparso in giovane età, e che non è guarito neppure dopo anni di cure (psicoterapie di ogni genere, ricoveri ospedalieri, somministrazione di antidepressivi a volte associati ad antipsicotici).

La caratteristica comune a tutte le cure andate male è la sfida. La politica dei terapeuti (o del terapeuta) è stata questa: "il tuo è un male da eliminare. Io devo agire in modo da eliminarlo e so come si fa. Se tu resisti, io devo insistere in tutti i modi. La ragione, alla fine, è dalla mia parte. Lo dicono tutti! E' così evidente! Ma non ti rendi conto che puoi morire? Coraggio, ubbidisci!".

La risposta della paziente (o del paziente) è, di conseguenza, questa: "Dunque, ancora una volta, è una questione di potere. E allora, vediamo chi la spunta". L'uso del potere è sentito, dal terapeuta, come del tutto legittimo. Lui sa. Lui vuole il tuo bene. Tu sei una testarda, sei cattiva. Ma la paziente, o il paziente, assai giustamente, non vedono il motivo di cedere, perché sanno per esperienza che non esiste alternativa: se non resisti al potere, sei finito. Di te non resta più niente.

La politica terapeutica che ho descritto sommariamente può essere mascherata in molti modi. Può essere esercitata con estrema gentilezza, oppure con forza bruta. Di fatto, è frequente ed il risultato è sempre identico.

I disturbi alimentari gravi, come l'anoressia e le forme bulimiche più resistenti, funzionano secondo schemi logici che ignorano, ad esempio, la distinzione tra malato e sano. Sono disturbi che vanno contro il cosiddetto senso comune.
Per esempio: in molti casi un disturbo alimentare grave è indispensabile per orientarsi nella vita. Oppure, è l'unico modo che ha una persona per sentirsi viva. In questo senso, non è neppure un disturbo: sono gli altri a chiamarlo così. Per abbandonarlo, è necessaria un'alternativa credibile.

Per uscirne, prima di tutto bisogna che qualcuno non dichiari guerra al sintomo e che attribuisca il massimo valore ai moventi, alle molle che hanno spinto il sintomo ad essere considerato insostituibile. Bisogna sentire che qualcuno è davvero interessato a seguire la strada che una persona ha fatto per costruire il sistema mentale in cui un certo "disturbo" assume un valore così elevato.

Non è una questione di "essere capiti". E' la sensazione che qualcuno "abbia capito". Sono due cose molto diverse.

2: riempire il modulo qui descritto e spedirmelo.

Per coloro ai quali resta ancora un po' di fiato per parlare, ho messo in rete un semplice modulo (cliccare qui). Per cominciare, possono spedirmelo spiegandomi come sono andate le cose e a che punto si trovano.

La mia risposta all'invio di questo modulo non è a pagamento; non comporta in alcun modo invio o richiesta di denaro.

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